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Mantova nel settecento

EV_Mantova nel settecento

All’inizio del XVIII secolo, a conclusione della guerra di successione spagnola, il duca Ferdinando Carlo Gonzaga Nevers fu costretto ad abbandonare Mantova e il possesso del ducato gonzaghesco fu dichiarato ereditario della Casa d’Austria. L’annessione all’Impero si rivelò determinante per il destino della città e del suo territorio. 


L’insediamento del governo asburgico coincise, infatti, per Mantova, con l’inizio di un periodo di ripresa e di rinnovamento (dopo la decadenza che aveva caratterizzato l’ultimo secolo della signoria gonzaghesca) e con l’attribuzione di un nuovo e fondamentale ruolo nell’ambito del sistema dei territori imperiali. La città, che per quasi quattro secoli aveva mantenuto il ruolo di capitale di un piccolo stato, si trasformò, di fatto, in capoluogo di una provincia periferica e per la sua collocazione nell’ambito dei territori imperiali, per la sua posizione naturalmente fortificata, congiunta alle opere difensive di tradizione rinascimentale, nonché per il suo ruolo di postazione avanzata nell’accerchiamento della Repubblica di Venezia, assunse un ruolo strategicomilitare di assoluta importanza che determinò la sua conseguente e progressiva conversione in cittàfortezza. Società civile e ambiente militare si trovarono quindi a dover forzatamente convivere, in un rapporto di continuo e reciproco assestamento e adeguamento, con conseguenze in tutti gli ambiti d’attività e di governo della città. In particolare, dalla seconda metà del XVIII secolo, dopo che la pace di Aquisgrana ebbe ristabilito gli equilibri europei, accanto alle contingenze militari trovò spazio un ampio programma di interventi legislativi e riformatori promossi e finalizzati alla ristrutturazione dell’intero apparato statale mantovano. 


Le riforme illuministiche dell’imperatrice Maria Teresa e del figlio Giuseppe II d’Austria, Storia improntate a concetti di equità sociale, di pubblica utilità, di semplificazione e di razionalizzazione dell’amministrazione, investirono tutti gli ambiti della realtà e dell’organizzazione civile, segnando il passaggio da un’amministrazione cortigiana, ereditata dai Gonzaga, ad un’amministrazione di funzionari governativi e sostenendo trasformazioni e impulsi culturali che nell’Accademia di Scienze, Belle Lettere e Arti trovarono un fondamentale polo propulsivo. In quegli anni, in particolare, il governo assunse il rilevante ruolo di committente promuovendo uno straordinario numero d’iniziative edilizie, finalizzate alla ricerca e alla definizione di spazi in grado di ospitare le nuove attività organizzate, espressione e simbolo della società e della cultura illuministica. 


Processo che avvenne soprattutto in seguito alla soppressione, iniziata da Maria Teresa e fermamente perseguita da Giuseppe II, di molti ordini religiosi, che rese disponibile un vastissimo patrimonio edilizio fino ad allora estraneo alle prerogative civili, repentinamente immesso, attraverso un cambio di destinazione d’uso, nella realtà cittadina e divenuto di pubblica utilità. Il concetto di “decoro” assegnò specifiche gerarchie di “magnificenza” agli edifici e ne verificò la “convenienza”, generando un rinnovamento principalmente attuato e diretto dall’architetto veronese Paolo Pozzo (1741-1804) il quale, nominato professore d’architettura presso l’Accademia cittadina nel 1772 e architetto camerale nel 1777, sotto lo stretto controllo dell’architetto folignate Giuseppe Piermarini (1734-1808), seppe diventare l’interprete esclusivo degli indirizzi e del linguaggio architettonico della committenza governativa, all’interno di un processo, che nell’individuazione “di una via locale”, segnò il passaggio dalle forme e dagli esiti dell’architettura tardo barocca ai fermenti del nuovo classicismo, verso una architettura di tipo rappresentativo, aulico ma innanzitutto funzionale, immagine ed espressione del governo imperiale. 


Questo rinnovamento investì anche l’ambito dell’arte pittorica in seguito alla nomina a direttore e professore di pittura presso l’Accademia cittadina dell’artista cremonese Giuseppe Bottani (1717- 1784), chiamato a sostituire l’anziano Giuseppe Bazzani (1690-1769). Apporti significativi si ebbero anche nell’ambito dell’ornato, sotto la guida di Paolo Pozzo e Giovanni Bellavite (1739-1821), si formò infatti una vera e propria scuola locale, e del restauro, inteso non solo come conservazione e consolidamento dei monumenti del passato, ma come spunto per l’imitazione e la reinvenzione di temi antichi, con una capacità tale di identificazione nei modelli da rendere spesso difficile la distinzione degli apporti settecenteschi dalle preesistenze cinquecentesche. Nell’arco di pochi decenni l’intensa attività architettonica ed artistica promossa dal governo, assieme agli interventi di committenza privata ed ecclesiastica, contribuirono alla trasformazione funzionale e formale del tessuto edilizio della città.




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