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Mantova, la città e gli Ebrei

Mantova, la citta e gli ebrei

Numerose e notevoli sono in Mantova le vestigia della presenza ebraica. Ciò in ragione del ruolo di primo piano che per secoli gli ebrei giocarono nella vita economica, sociale e culturale della città. 


Se l’esistenza di una piccola comunità è documentata sin dal XII secolo, i primi consistenti insediamenti di famiglie di prestatori risalgono alla seconda metà del Trecento; a queste si affiancano un secolo dopo nuclei di artigiani e di commercianti, attivi principalmente nei settori dei preziosi, dei panni di lana, dei drappi di seta, delle granaglie e del vino. Se i banchieri vengono a soddisfare il fabbisogno di capitali proprio di una fase espansiva, l’intraprendenza degli artigiani e dei commercianti ebrei conferisce nuovo slancio alla vita economica. Consapevoli dell’ "utilità" degli ebrei, i Gonzaga non esitano a chiamarli a Mantova e a favorirli con generose concessioni; le elevate contribuzioni che esigono in cambio vengono a rivestire un’importanza non secondaria per le finanze del piccolo stato e per le esigenze dei principi e della corte. A dispetto dell’ostilità popolare e della predicazione antigiudaica che anche a Mantova intraprendono specialmente i francescani, tra Quattrocento e Cinquecento il favore dei principi propizia l’ulteriore sviluppo della comunità, che raggiunge le 2000 unità (circa il 5% del totale degli abitanti dell’epoca) e appare sempre più influente nella vita economica e culturale.


La popolazione ebraica tende a concentrarsi nel quartiere di San Pietro, delimitato dalle attuali vie Pier Fortunato Calvi e Giuseppe Bertani, ma si annoverano dimore lussuose anche in altre contrade. La vita culturale della corte può avvalersi dell’opera di Leone De’ Sommi (Jehuda’ Portaleone, 1525 ca-1590) nel campo del teatro e di Salomone Rossi Storia (1570-1630) per quanto riguarda la musica; rinomati sono i medici della famiglia Portaleone, dei cui servigi i principi non mancano di giovarsi. S’aggiunga che la tipografia ebraica di Abraham Conat è la prima in Italia a stampare in caratteri ebraici. Significativa infine dell’accresciuta consistenza della comunità e della sua vitalità è la moltiplicazione dei luoghi di culto: di numerose scuole o sinagoghe, alcune di rito italiano e altre di rito tedesco, è autorizzata l’apertura durante il Cinquecento.
La straordinaria rilevanza che nell’economia e nella vita culturale della città rivestono ormai gli ebrei spiega le resistenze opposte prima da Guglielmo (1538-1587), poi da Vincenzo I (1562-1612) alle rinnovate pressioni conversioniste della Chiesa inaugurate dalla bolla Cum nimis absurdum di Paolo IV del 1555. Ciò che Roma chiede è che si limitino le libertà degli ebrei e le loro attività economiche, li si costringa a portare un segno giallo di riconoscimento e li si confini entro recinti chiusi. Soltanto nel 1610 Vincenzo I cedette alle pressioni dei pontefici che esigevano che anche a Mantova si istituisse il ghetto; negli anni precedenti tuttavia la violenta ostilità agli ebrei dei ceti popolari, combinata alla propaganda francescana e alle reiterate ingiunzioni papali, lo aveva costretto a sottoporre gli ebrei a cruenti e iniqui provvedimenti repressivi: così nel 1600 fu arsa viva nella piazza San Pietro (attuale piazza Sordello) l’ebrea Giuditta Franchetti, accusata di stregoneria, in realtà perseguita perché ostacolava l’azione di conversione intrapresa dal clero locale; due anni dopo, nella stessa piazza, furono appesi a una forca con i piedi in su sette ebrei, fatti uccidere dal Duca per aver inscenato una parodia delle prediche antigiudaiche del frate minore Bartolomeo Cambi (1558-1617). 


Erano dimostrazioni di intransigenza che esoneravano tuttavia il duca dall’adottare misure più drastiche quale l’espulsione degli ebrei dal ducato. L’istituzione del ghetto nel 1612 comportò, occorre aggiungere, complesse operazioni urbanistiche dai costi elevati, che peraltro il principe pensò bene di far pagare agli ebrei stessi.


Dovranno passare due secoli perché un cambiamento


significativo intervenga nella condizione giuridica degli ebrei mantovani: in forza della patente di tolleranza di Maria Teresa d’Austria del 1779 e delle successive più generali patenti del figlio Giuseppe II del 1781, gli ebrei non furono più obbligati a esibire un segno di distinzione e godettero della facoltà di acquistare immobili, di condurre affittanze di terreni, di aprire opifici; fu inoltre concesso agli studenti ebrei di frequentare scuole pubbliche e università e ai medici ebrei di curare anche pazienti non ebrei. La patente di Leopoldo II del 1791 avrebbe attribuito agli israeliti mantovani più ampie capacità, lasciando tuttavia sussistere il divieto di accedere alle cariche pubbliche e di contrarre matrimonio con cristiani. Queste residue interdizioni sarebbero cadute, insieme alle porte dei ghetti, soltanto con l’arrivo dei francesi. Le misure emancipatrici propiziarono nel corso dell’Ottocento l’ascesa economica e sociale degli ebrei; l’intensificarsi dei rapporti d’affari rese possibile una sempre più stretta integrazione tra élite imprenditoriale ebraica e borghesia non ebrea; in questo contesto molti furono gli ebrei mantovani che riconobbero nell’Italia la propria patria e condivisero l’aspirazione all’unità e all’indipendenza; dopo l’Unità il riconoscimento agli ebrei dei diritti politici (che nel 1814 Vienna aveva revocati) consentirono che a Mantova parecchi di loro entrassero a far parte del Consiglio comunale e della Giunta municipale.


L’ascesa degli ebrei non mancò di rinfocolare l’avversione delle classi popolari che affondava sì le sue radici nella tradizione dell’antigiudaismo cristiano ma che ora trovava alimento in una sorta di invidia sociale per cui si addebitavano agli ebrei, tra i quali erano alcuni dei maggiori proprietari terrieri della provincia, le responsabilità della rovina dei piccoli possidenti e delle miserevoli condizioni dei lavoratori delle campagne. Di qui una serie di tumulti popolari che concorsero a convincere facoltose e intraprendenti famiglie ebree a lasciare Mantova. Tuttavia ad attrarre a Milano tanti israeliti mantovani furono soprattutto le opportunità che il capoluogo lombardo offriva all’intraprendenza ebraica, a fronte della stagnante economia della città virgiliana. Da più di 2000 che erano alla metà dell’Ottocento, gli ebrei mantovani si trovarono così ridotti ad appena 500 nel 1931. Un ulteriore duro colpo alla consistenza della locale comunità sarà di lì a poco inflitto dalla deportazione: un centinaio saranno infatti gli ebrei mantovani uccisi nei campi di sterminio nazisti.


Oggi la Comunità ebraica di Mantova conta solo poche decine di iscritti; è tuttavia molto attiva sul piano culturale e appare in particolare impegnata nell’opera di documentazione e valorizzazione della propria storia.



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