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I sacri vasi

La Cervetta,
Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2017


Le recenti festività pasquali hanno suggerito una ricerca storica sui «Sacri Vasi», ricerca che risulta indissolubilmente legata alla vicenda della Basilica di S. Andrea. Lo studio l'ha compiuto Riccardo Braglia; sua è la nota, esaustiva e precisa, che illustra la storia dei contenitori del «Preziosissimo Sangue di Cristo».

Secondo un'antichissima tradizione S. Longino, il soldato romano che aveva trafitto il costato di Cristo con la propria lancia, portò a Mantova, dopo la sua conversione, la terra del Calvario intrisa del Sacro Sangue e la spugna usata per dissetare Gesù morente con vino inacidito. Per timore di profanazioni, il Santo nascose le reliquie della Passione in una cassettina di piombo ed egli stesso la seppellì nel sito dell'attuale basilica di S. Andrea, che si trovava allora fuori porta, ben oltre le mura cittadine. Poco dopo Longino subì il martirio nel luogo in cui, più tardi, sarebbe stata edificata la bella chiesa del Gradaro ed il suo corpo ¬sempre secondo la tradizione ¬venne sepolto dagli altri cristiani vicino alle reliquie, che egli aveva conservato e nascosto con tanta cura. A causa dei tormentati eventi che portarono al crollo dell'Impero Romano d'Occidente, si perse ogni traccia delle reliquie e solo ai tempi di Carlo Magno esse vennero riscoperte, come testimoniano gli annali attribuiti al celebre Eginardo, cortigiano e biografo del grande imperatore. Di questo espisodio non si conosce molto: soltanto che avvenne nell'804 e che determinò la costruzione di un primo tempietto («gesiola», come lo liquidò con sufficienza l' Aliprandi), destinato a custodire le straordinarie reliquie. La sensazionale notizia raggiunse ben presto l'imperatore, il quale chiese a Leone III di indagare sul ritrovamento. Il pontefice, giunto nella città virgiliana, ne proclamò solennemente l'autenticità e portò personalmente a Carlo Magno una particella del Preziosissimo Sangue. Probabilmente - come suggerisce il Marani - nel primo tempietto di S. Andrea, il Sangue e la spugna furono collocati in una cripta sotterranea, protetti da quelle strutture che vennero alla luce nel 1048, in occasione del loro secondo ritrovamento: una cassettina di piombo, divisa internamente in due scomparti, e racchiusa in una piccola arca marmorea, il tutto difeso da quattro candide lastre di marmo scolpito. Una modesta frazione del Preziosissimo Sange venne invece riposta nella chiesa di S. Paolo, che sorgeva nei pressi dell' odierno seminario e che era a quei tempi, con ogni probabilità, la cattedrale di Mantova. Essa fu riscoperta solo nella seconda metà del '400. In seguito alla terribile calata degli Ungari, il piccolo edificio sacro fu distrutto e della sotto stante cripta, rimasta probabilmente inviolata, si perse ogni memoria. Solo nell'XI secolo, ai tempi di Bonifacio di Canossa, padre della grande Matilde, le reliquie furono ritrovate, come attestano numerosissime cronache, la più antica delle quali è quella, coeva, del monaco svevo Ermanno di Reichenau. Di questo secondo ritrovamento abbiamo notizie molto più particolareggiate: si sa che avvenne ad opera di un cieco, il Beato Adalberto, antico servitore dei Canossa, a cui S. Andrea avrebbe prodigiosamente rivelato il punto esatto in cui erano nascoste le reliquie, che vennero rinvenute, protette dalle custodie che già abbiamo descritto, vicino alle presunte ossa di Longino. Il papa Leone IX (nel 1053) e l'imperatore Enrico III (nel 1055) vennero a Mantova per adorarle ed il primo, dopo averne confermato la autenticità, tentò addirittura di portarsele a Roma, provocando una vera e propria insurrezione popolare, che lo costrinse a rifugiarsi presso il monastero di S. Benedetto Po. Com'è noto, la riscoperta del Preziosissimo Sangue indusse Beatrice di Lorena, moglie di Bonifacio di Canossa, ad intraprendere la costruzione della seconda chiesa di S. Andrea, una grande basilica romanica, che sopravvisse fino all' edificazione di quella albertiana, iniziata nel 1472. In essa le reliquie furono collocate in una cripta, del tutto sotterranea e inaccessibile, al punto che quando i Gonzaga vollero mostrarle all'imperatore Carlo IV nel 1354, si dovette sfondare il pavimento della chiesa, per raggiungere la cripta sottostante. Qui, su un altare, si trovò un tabernacolo di marmo, che ospitava i due vasi di cristallo, in cui era stato trasferito il contenuto della precedente umetta in piombo. Per la prima volta, quindi, troviamo menzionati come reliquiari i due famosi «sacri vasi», che subiranno nel corso dei secoli numerosi rifacimenti e modificazioni. Di questa prima versione dei singolari contenitori non abbiamo descrizioni o raffigurazioni di sorta; sappiamo solo che erano di vetro e che furono probabilmente eseguiti in epoca romanica, subito dopo il secondo ritrovamento delle reliquie. Più tardi vennero sostituiti da due vasi in stile gotico, certamente di metallo prezioso, a base tondeggiante e cuspidati, la cui forma richiamava gli ostensori di rito ambrosiano. Si possono vedere riprodotti, sia pure in modo molto stilizzato, sulle monete di Gian Francesco, primo marchese di Mantova, e su alcune di quelle emesse dal suo celebre figlio Ludovico II. Probabilmente si tratta degli esemplari eseguiti nel ‘400 per ordine di Francesco Gonzaga, il quale decise di esporre pubblicamente e con gran fasto le reliquie, che fino ad allora quasi nessuno aveva potuto vedere, dal momento che erano praticamente sepolte in un' inviolabile cripta sotterranea. I nuovi reliquiari vennero collocati in un altare munito di diverse serrature, le cui chiavi furono consegnate al sagrista di S. Andrea, al Capitolo della Cattedrale, al Consiglio dei Savi ed al Massaro. (Analogamente, anche oggi, le chiavi che permettono di aprire l'urna contenente i sacri vasi sono affidate al Capitolo del Duomo, alla Fabbriceria di S. Andrea, al Vescovo ed al Prefetto. L 'urna, in marmo verde di Verona, custodita nella cripta della basilica, viene aperta solamente solo il venerdì santo, alla presenza di un notaio). Durante il regno di Lodovico II i due esemplari gotici vennero sostituiti da una prima versione rinascimentale, con cui si continuò tradizionalmente a raffigurare i sacri vasi nelle monete, nelle pitture e nelle sculture mantovane, anche in epoca molto posteriore. La forma dei due nuovi reliquiari era abbastanza simile alla precedente, ad eccezione del coperchio, che non era più cuspidato ma cupuliforme. In uno di essi, contraddistinto da una croce a guisa di fastigio terminale, era conservata la reliquia del Sangue; nell'altro, sormontato invece da un piccolo globo, la spugna usata durante la Passione. Tra il 1528 e il 1530 l'orefice di corte Nicolò da Milano eseguì, su incarico di Federico II e per volontà di sua madre Isabella d' Este, due stupendi reliquiari d' oro massiccio, disegnati da Benvenuto Cellini nel corso del suo breve soggiorno mantovano. I due nuovi vasi, pur mantenendo in generale la struttura degli ostensori di rito ambrosiano riscontrabili nelle precedenti versioni, presentavano, però, alcune geniali innovazioni, come la forma dell'abitacolo, non più cilindrico, ma a forma di cono rovesciato, e la base esagonale sorretta da zampe di leone, che si sviluppavano dalle aquile araldiche di casa Gonzaga, disposte ai vertici della base stessa. Non venne invece eseguita - probabilmente per difficoltà tecniche - la figura del Cristo con la croce, che doveva sormontare il coperchio dei due reliquiari e che aveva strappato grida di ammirazione al duca e a quanti l' avevano vista realizzata in cera dallo stesso Cellini. Oggi possiamo farci un' idea di questi sobri e raffinati capolavori solo attraverso le poche riproduzioni rimaste, tra cui una copia in bronzo dorato, probabilmente piuttosto fedele, che il Bellavite eseguì nel 1815 e che è ancora conservata nel tesoro della basilica di S. Andrea. I due magnifici originali vennero infatti distrutti nel 1848 quando, in seguito ai disordini scoppiati in tutto il lombardo-veneto sull'onda delle sollevazioni viennesi, Mantova venne presidiata da guarnigioni imperiali, che furono acquartierate in alcuni dei più insigni monumenti cittadini. A S. Andrea si pensò bene di organizzare il bivacco delle truppe ungheresi e la soldataglia, venuta a sapere dell'esistenza dei preziosi contenitori, penetrò nella cripta, devastandola ed asportandone i vasi d'oro donati da Isabella d'Este. Dopo avere disperso le reliquie, li spezzarono e ne rivendettero i frammenti. Una piccola parte di questi venne successivamente recuperata, ma la spugna ed il Preziosissimo Sangue andarono irrimediabilmente perduti. Ad espiazione di tanta brutale barbarie, l'imperatore Francesco Giuseppe ordinò la riesecuzione dei prestigio si re!iquiari, che venne affidata all'illustre orafo milanese Giovanni Bellezza. Questi, ispirandosi agli antichi esemplari celliniani ¬compresa la celebre figura del Cristo con la croce, di cui si è già parlato - rifece tra mille difficoltà e ritardi i due sacri vasi, che ancor oggi si conservano in S. Andrea. Ad essi però - ferma restando l'altissima qualità dell'opera - impose una certa teatralità ed una sovrabbondanza di particolari tipiche del suo tempo, le quali alterarono non poco l'originario equilibrio e la purezza di linee dei due esemplari celliniani. Nel 1874, quando ormai da otto anni Mantova era entrata a far parte de! regno d' Italia, i due nuovi vasi, in oro massiccio, smalti e gemme, furono consegnati alla basilica, assieme ai due superbi modelli in bronzo dorato, eseguiti in precedenza dallo stesso Bellezza, che oggi si possono ammirare, racchiusi in campane di vetro, sull'altare della cripta di S. Andrea. Nei due esemplari d'oro furono collocate le due particelle del Preziosissimo Sangue fino ad allora conservate presso la cattedrale e la basilica palatina di S. Barbara. Per concludere, ci sembra interessante riproporre ai nostri lettori la descrizione dei sacri vasi del Bellezza così come si trova in un opuscoletto del 1876, stampato a Mantova dalla tipografia Eredi Segna, a pochi mesi dalla morte dell'artefice milanese. «Altezza dei vasi m. 48. Peso di ciascuno, once 108. PIEDE. ¬Sei aquile con in petto lo stemma municipale di Mantova, messo a smalto. Tra le aquile, sei spazi ornati con sei tondi coi busti dei Pontefici Leone III e Pio Il, che approvarono il culto di adorazione, lato sensu, da tributarsi alle preziose Reliquie dei Principi Gonzaga, Lodovico Marchese Il, che fece erigere l'attuale Basilica, e Vincenzo Duca IV, che riedificò la Cripta, e delle Principesse, Beatrice di Canossa, il cui nome leggevasi su di uno dei Vasi d'oro, andati dispersi nelle vicende del 1848. Negli spazi superiori ai busti, sei cartellini smaltati coi nomi di detti personaggi. Quelli dei Pontefici campeggiano tra la Tiara e le somme Chiavi. FUSTO. - Sei delfini, e il monogramma di Cristo. Nel nodo od impugnatura, quattro tondi a traforo coi simboli delle virtù della Fede, Speranza, Carità e Religione, tra pampini e spiche. V ASO O TABERNACOLO. - Nella fascia di fondo la leggenda - Jesu Xti Sanguis - sul davanti, e - o Felix Mantua - nella parte opposta. Ai lati, due piani sostenuti da mensole, e sopra di esse le figure stanti di S. Andrea Ap. che secondo la tradizione rivelò il prezioso Tesoro, e di S. Longino M. (l' Isaurico) in abito di pellegrino, con bordone nella sinistra, e il vasetto del Prezioso Sangue nella destra, ed elmo a terra. Nelle colonnette, che sostengono il coperchio, a basso, testine di cherubini e crocette con brillanti; e in alto, festoni e piccoli scudi in smalto col monogramma di Cristo. COPERCHIO. - Nel fregio della cornice smalti e brillanti. Sopra la cornice sei angioletti genuflessi; quattro in atto di adorazione, due coi simboli della passione del Redentore, e stellette con brillanti. CORONAMENTO. ¬Superiormente, il globo terracqueo irradiato della luce del Vangelo. Su nubi i simboli dei quattro Evangelisti e sopra questi la figura sedente del Redentore, con nella sinistra la croce, e accennante colla destra alla ferita del sacro costato, da cui scaturì il Preziosissimo Sangue. Nel centro del Vaso o Tabernacolo, chiuso da cristallo di grosso spessore, la ampolla o piccola fiala pure in cristallo, riccamente fregiata, entro la terra bagnata del Sangue del Divino Redentore. I due Vasi sono identici, colla sola differenza, che in uno il busto di Papa Leone è sul davanti del piede e quello di Pio nella parte opposta; nell'altro in facciata c'è il busto di Pio, e nell'opposto campo quello di Leone. Li cesellò l'esimio Professore Giovanni Bellezza di Milano.

di RICCARDO BRAGLIA



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