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Affresco di S.Benedetto

La Cervetta,
Ultimo aggiornamento: 25 ottobre 2020


Un'altra pagina felice per San Benedetto Po: il ritrovamento di alcuni affreschi del Correggio nel refettorio dell'abbazia, rilancia l'immagine turistico-culturale della «Montecassino del Nord». Maria Grazia Beccari ci parla dell'importante scoperta e di alcune vicende strettamente connesse all'opera dell' Artista.

L 'abbazia benedettina di San Benedetto al Polirone è recentemente venuta alla ribalta grazia ad una sensazionale scoperta fatta all'interno del quattrocentesco refettorio monastico. Sulla parete ovest infatti è emersa una grande superficie affrescata di circa 100 mq attribuibile, senza ombra di dubbio, ad Antonio Allegri, meglio conosciuto come il Correggio. Grazie all'aiuto del dott. Paolo Piva, conservatore del Museo Civico Polironiano, si è cercato di ricostruire la storia di quella che viene definita dal dott. Antonio Paolucci, soprintendente ai beni storico-artistici delle province di Mantova, Cremona e Brescia, la più grande scoperta storico-artistica degli ultimi dieci anni, ed una tra le più importanti nel campo della pittura rinascimentale italiana. Le notizie riportate qui di seguito sono una parziale anticipazione del libro del dott. Piva in corso di stampa. L 'esistenza di un affresco era stata da tempo intuita dallo stesso Piva perchè sotto l'intonaco, fatto stendere nel XVIII sec. dall'abate Mari, si intravedevano delle tracce di colore. Per questo nel 1984 vengono inviati, non si sa con precisione da chi, giovani restauratori con il compito di eseguire lo scoprimento dell'opera. Purtroppo la loro inesperienza (o incompetenza, dato che, come affermano i responsabili del Museo, questi non avevano mai messo le mani su un dipinto murale) fa sì che si compia un vero e proprio scempio; sono danneggiati irrimediabilmente i volti delle due Sibille e di Mosè. Il Comune di San Benedetto Po e il «Comitato per il restauro degli affreschi» decidono allora di affidare lo scoprimento dello scialbo e la successiva pulitura a due restauratori mantovani: Marco Negri e Giuseppe Billoni. Il lavoro è stato terminato in ottobre ed il dott. Umberto Baldini direttore dell'Istituto Centrale di Restauro di Roma, appositamente invitato dal dott. Paolucci, ha assicurato l'intervento dello stesso Istituto per il consolidamento e la successiva integrazione pittorica. Si tratterà quindi, come afferma il dott. Paolucci, di un restauro di altissima qualità affidato ai migliori esperti del settore che oggi si possono trovare. Ciò che rende ancor più sensazionale la scoperta è sicuramente il fatto che l'attribuzione dell'opera al correggio è confermata da due documenti fondamentali. Uno di essi è noto a molti. Si tratta di una lettera del 1510 che il teologo Gregorio Cortese, amico di Giovanni de' Medici (futuro Leone X), invia all' abate. In tale lettera il Cortese afferma d'aver invitato Raffaello Sanzio a Polirone per dipingere il «fronte interno» del refettorio. Ma l'artista, in quegli anni troppo impegnato con le stanze vaticane a Roma, pretendeva ben 1000 denari d'oro; una somma troppo alta perchè i monaci potessero accettare. Il Cortese prosegue nel suo scritto dicendo d'aver chiamato un altro «Parrasio», di cui tace il nome, che avrebbe eseguito l'opera per una somma più modesta. Il nome dell' Allegri compare invece ben evidente in un contratto posteriore datato 1514, in cui si afferma che il Correggio fu incaricato di dipingere l'organo della chiesa. Ma l'opera, presumibilmente, non venne mai eseguita. Tali documenti provano quindi che nel 1510 esisteva un artista in grado di sostituire Raffaello cui affidare l'affresco del refettorio e che nel 1514 il Correggio era conosciuto dai monaci polironiani. L 'affresco perciò nel 1514 doveva già essere concluso. Oltre che dalle prove documentarie, l'attribuzione al pittore reggiano è avvalorata da una serie di dati stilistici. Lo stesso dott. Michele Cordaro, dell'Istituto Centrale di Restauro di Roma, ha infatti affermato che tecnicamente si nota il tratteggio incrociato tipico del chiaroscuro correggesco, visibile anche negli affreschi della Cupola del Duomo di Parma. Inoltre il dipinto quadra alla perfezione con altre opere del pittore quali «I quattro Santi» ora al Metropolitan Museum di New York, o «Il Commiato» ora alla National Gallery di Londra. Ma il ritrovamento di quest'opera può definirsi una scoperta fondamentale nel percorso artistico del Correggio per l'insieme di influenze leonardesche, raffaellesche, michelangiolesche ben visibili nell'affresco. L' Allegri dipinge sulla parete una chiesa illusoria avente una planimetria formata da due nuclei a croce greca interpenetrati, con 16 personaggi affrescati all'interno di tale «architettura». L 'impianto prospettico ricorda, senza dubbio, quello della «Scuola d' Atene» di Raffaello, anche se l'architettura è più complessa ed elaborata di quella dell'Urbinate. Un 'ulteriore influenza raffaellesca. si può notare negli angeli che ricordano quelli della «Disputa del Sacramento». Se il Correggio cita così esplicitamente le Stanze raffaellesche evidentemente le aveva viste, e quindi il viaggio del pittore a Roma avvenne non nel 1518-19, come aveva sempre sostenuto la critica, ma intorno al 1513-14, come sostenne il Gould. Le colonne rastremate addossate al muro che reggono la trabeazione, sembrano addirittura precorrere l'architettura veneta cinquecentesca del Palladio (ricordiamo una struttura simile nel Teatro Olimpico di Vicenza) o del Sansovino. I due splendidi monocromi, posti alla base, raffiguranti «Il Sacrificio di Isacco» e «L 'Offerta di Melchisedech», ricordano certamente lo sfumato leonardesco. Il putto in alto, sopra la chiave di volta, è invece identico a quello dei troni della volta della Cappella Sistina, ed altre influenze michelangiolesche si potrebbero trarre, ad esempio, dalla «Creazione degli Astri». È evidentemente un dipinto «summa» di indubbie influenze romane e, soprattutto, uno dei nodi strutturali della diffusione del raffaellismo in Italia settentrionale. Dal punto di vista iconologico l'affresco è molto importante perchè l'impianto è derivato dalle Epistole di San Paolo e venne presumibilmente dipinto sotto la guida del Cortese. La Chiesa come architettura è la Chiesa come istituzione. Gli Ebrei e i Gentili che rappresentano l'attesa del Messia sono personificati da David e Mosè posti, rispettivamente, tra le colonne sul lato sinistro e destro, e dalle due Sibille che reggono un cartiglio con scritte in ebraico ed uno con scritte in greco in cui viene profetizzato l'avvento del Cristo. Sono testi rielaborati da Isaia e da Lattanzio. Isaia, raffigurato anche all'interno del dipinto sulla chiave di volta, è il profeta che annuncia la nascita di Cristo, «sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedech». A questo punto però è doveroso ricordare che proprio al centro della superficie affrescata sta una rientranza di muro intonacata, lasciata libera per ospitare un ulteriore dipinto. Si tratta dell'Ultima Cena di fra Girolamo Bonsignori, citata, tra l'altro, da Vasari nelle «Vite» e coeva all'affresco del Correggio. Infatti le misure della tela e quelle dello spazio bianco coincidono e le colonne accennate nel Cenacolo proseguono esattamente con quelle del primo nucleo del dipinto dell' Allegri. Nonostante l'evidenza del fatto l'opera non sta dove dovrebbe, bensì nel Museo Civico di Badia Polesine con grande rammarico dei sanbenedettini che, giustamente vorrebbero il dipinto nella sua originaria collocazione. Questo, almeno per ora, non sembra possibile, perchè quest'anno è successo un episodio talmente incredibile che, forse, non ha bisogno di commenti, Il Comune di San Benedetto Po aveva infatti acquistato, per la somma di lire 140.000.000, il Cenacolo dai fratelli Bonetto, legittimi proprietari, grazie anche al contributo della Regione Lombardia, della Provincia e della Banca Agricola Mantovana. L 'intento era quello di permettere una corretta lettura dell'affresco, che altrimenti perde ogni significato. Il comune mantovano perciò scrive alla Soprintendenza del Veneto per avere il permesso di ritirare la tela, in deposito all' Accademia dei Concordi di Rovigo. Dopo due mesi la Soprintendenza del Veneto comunica di aver venduto la tela, ovviamente per una cifra superiore, al Comune di Badia Polesine, nonostante questa fosse già legalmente di proprietà sanbenedettiana. Forse per giustificare questo comportamento, la Soprintendenza Veneta e Filippo Trevisani attribuiscono, contro ogni evidenza, il dipinto al Caroto e, di conseguenza, ritengono che l' opera debba rimanere nel Veneto. A questo punto, inevitabilmente il Comune di San Benedetto Po ha presentato un esposto denuncia alle autorità competenti per ottenere il sequestro del quadro. La questione del Cenacolo finirà quindi in tribunale e, quando la primavera prossima l'opera verrà esposta al pubblico, probabilmente ci sarà un bel rettangolo intonacato al centro dell'affresco, degna conclusione di una vicenda che non reca certo alcun servizio alla nostra storia dell'arte.

di MARIA GRAZIA BECCARI



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