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L' incredibile epopea di tazio

La Cervetta,
Ultimo aggiornamento: 24 aprile 2018


Nuvolari mito, leggenda ed ora museo. Sul popolare sportivo mantovano ha scritto una nota il Presidente dell' ACI Franco Marenghi cui segue una scheda illustrativa sul museo. Dalle imprese dell'eroe-pilota alle vicende agonistiche dell'automobilismo internazionale.

Il modo migliore per celebrare la presentazione di questo memoriale dedicato a Tazio Nuvolari è quello di rievocarne (a 32 anni dalla scomparsa) la figura. Rievocare Nuvolari è una cosa che presenta un grosso rischio. Il rischio di cedere a quello che, nella nostra memoria, è rimasto il «mito» Nuvolari. Rripensare a Nuvolari oggi, a distanza di tanti anni, significa chiedersi che cosa fu quel mito, e le ragioni di quel mito. Se ci domandiamo perchè Tazio Nuvolari è ancora personaggio mitico, non possiamo non rilevare subito che le radici del mito sono nel personaggio stesso, nell'uomo, nelle sue qualità suggestive, affascinanti, che a un certo punto avvincono, galvanizzano, entusiasmano le masse. E tali qualità Nuvolari le ebbe tutte. Esse hanno certamente grande importanza in quanto il mito Nuvolari nasce appunto nel momento in cui le straordinarie qualità dell'uomo s'incontrano e si sposano con le qualità delle macchine da competizione del tempo; da un lato una formidabile, fredda audacia e una straordinaria perizia, dall'altro un tipo di macchina che lasciava più margine per le sue caratteristiche, all'audacia e all'inventiva del pilota. Ecco l'importanza della componente macchina, ecco quanto si dimostra vero il fatto che, al tempo di Nuvolari, esisteva un tipo di rapporto uomo-macchina profondamente diverso da quello che esiste oggi. Nel rapporto uomo-macchina vi può essere dunque la spiegazione del mito Nuvolari? È tutto in questo incontro tra le qualità straordinarie di un pilota e un tipo di vettura da competizione fatto apposta per esaltare quelle straordinarie qualità. Quello che è certo è che, oggi, il rapporto uomo-macchina è diverso e diverso è anche l' atteggiamento mentale del pubblico nei confronti del campione e della competizione sportiva. Anche allora una competizione motoristica era, in primo luogo, un confronto tecnico, di performance dei motori e di tutti gli organi di una macchina. Anche allora una competizione motoristica era prima di tutto uno spietato confronto tecnico dei mezzi in gara, ma il pubblico che andava ad assistere ad una corsa automobilistica ci andava per vedere un campione. Era l' uomo che accendeva gli entusiasmi, era l' uomo che faceva esplodere il grido delle folle, era l' uomo il protagonista, con la sua audacia, con la sua straordinaria abilità, con i suoi eccezionali riflessi. Ecco allora nascere il mito. Campioni, uomini, personaggi: questo troviamo al fondo della passione del pubblico sportivo di quel tempo, e in questa passione trovava un'esca formidabile un personaggio come Nuvolari, in cui tutto pareva concorrere a costruire il mito: dal suo fisico esile che! quasi per contrasto, pareva ingigantire il suo coraggio, al suo viso tutto teso in uno sforzo estremo nell'impugnare il volante, alla sua tenacia con cui si batteva dal primo all'ultimo secondo di gara e all'impegno con cui affrontava la lotta anche quando era impari. Così Nuvolari, chiamato in mille modi fantasiosi da «Nivola» a «il mantovano volante», è uno dei pochissimi personaggi che fanno parte della storia e della leggenda nello stesso tempo. Ma nella vita di Nuvolari storia e leggenda sono talmente legate, intrecciate, unite in singolare simbiosi, da formare una cosa sola. Nuvolari che fa una corsa, e la vince, con una gamba ingessata. Nuvolari che arriva primo al traguardo manovrando il piantone dello sterzo con una chiave inglese (c'è chi dice a mani nude) dopo che il volante gli è saltato via. Nuvolari che viene calato nell'abitacolo con una gru, tutto fasciato e ingessato, e conciato come una mummia corre e vince. Nuvolari che corre in motocicletta con una catena di ricambio al collo. Quando la catena si rompe la cambia, rimonta in sella, recupera e vince. Ancora Nuvolari che arriva ai box «accecato» dal cofano che si è alzato e gli copre il parabrezza. Nuvolari che brucia la frizione della sua auto, ferma il compagno di squadra Borzacchini, prende la sua macchina, passa in testa e si ritira all'ultimo giro per un altro guasto. Nuvolari che resta accecato sul circuito di Nurburgring, perchè la macchina che gli sta davanti gli ha mandato in faccia uno schizzo d'olio bollente, ma continua e vince.Nuvolari che durante le prove di una corsa investe un cervo ma riesce a mantenere il controllo della macchina. Quando arrivano le autombulanze a sirene spiegate, lo trovano che accarezza il cervo morto. È poi ancora Nuvolari che risponde, a un gerarca nazista che gli chiede se non ha paura di morire in pista: «Scusi, lei dove crede di morire?». «M ah! nel mio letto», risponde quello. «E allora», dice di rimando Nuvolari, «non ha paura quando va a letto tutte le sere?». Anche il Nuvolari che, in una memorabile Mille Miglia, guida di notte a fari spenti su per i tornanti dell' Appennino, perchè il suo grande rivale, Varzi, che è in testa, non s'accorga che lo sta tallonando da vicino. E, infatti, lo supera e lo vince. E anche il Nuvolari che risponde a un collega preoccupato per l'efficienza dei freni di una macchina: «Cosa t'importa dei freni se devi andare forte?». E sempre lui che, verso la fine della sua meravigliosa ed incredibile carriera, alle Mille Miglia del 1947, sotto un'acqua torrenziale ripara in soli undici secondi lo spinterogeno bagnato, riparte e arriva primo con la sua Cisitalia 1100. Si potrebbe continuare all'infinito. Come quando, dopo aver vinto, in America, la Coppa Vanderbilt, umiliando gli assi americani. Il primo statunitense, Maury Rose, arriva sesto, distaccato di ben 25 minuti: e dire che Nuvolari, dopo aver fatto alcuni giri con un cilindro in meno sulla sua rossa Alfa, si era anche fermato ai box per cambiare la candela. Non sono aneddoti. Sono tutti capitoli della sua leggenda e della storia dell'automobilismo sportivo. Duecentosettantasette corse, di cui ottanta in motocicletta; cento sette volte primo in classifica. Tutto questo nell'arco di trent'anni (di cui 25 effettivi, causa la seconda guerra mondiale). In un solo anno, il 1923, partecipò addirittura a 25 corse. Fu campione di Italia di motociclismo nel 1924 e nel 1926; campione assoluto d'Italia di automobilismo nel 1932, nel 1935 e nel 1936. E il 15 giugno 1936, sull'autostrada Firenze mare, battè con l' Alfa bimotore due record internazionali, raggiungendo i 323,175 km/h sul miglio lanciato e i 321,428 sul km lanciato. Tazio Nuvolari era nato a Casteldario, in provincia di Mantova il 16 novembre 1892. Suo padre Arturo e lo zio Giuseppe Nuvolari erano stati campioni ciclisti. Zio Giuseppe era stato anche campione d'Italia e campione d'Europa, ai suoi tempi. E dallo zio il piccolo Tazio aveva ereditato la smania per i motori, per le macchine. Alla prima corsa cui partecipa nel 1920 su una moto «Della Ferrera», Tazio aveva già ventisette anni. Non era ancora vecchio, come pilota, ma neppure giovane. La questione dell'età è importante, per capire Nuvolari: passeranno infatti ancora diversi anni prima che diventi «qualcuno». E in quel momento avrà quasi quarant' anni. L 'ultima sua corsa, il 10 aprile del 1950 a Palermo, sul Monte Pellegrino, la farà a 56 anni e mezzo. Muore a Mantova nella sua villa 1'11 agosto 1953 a 60 anni. Parlarono di lui, e non certo per l'ultima volta, i giornali di tutto il mondo. Il «Times» scrisse: «Con audacia e perizia si impose ad avversari dotati di mezzi più potenti del suo». Il «Daily Herald»: «Si è spento il più grande campione di tutti i tempi». Il «Daily Express»: «Il mondo degli assi del volante ha perso il suo massimo esponente». Fu un grande eroe del suo tempo. E il suo ritratto più sintetico e più vero resta forse quello tracciato da D' Annunzio: «Tazio Nuvolari del buon sangue mantovano che nella tradizione della sua razza congiunse il coraggio alla poesia, la più tranquilla potenza tecnica al più disperato rischio ed infine la vita alla morte nel cammino della vittoria».

di DIVA BEDOGNI



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