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Corte Saviola

La Cervetta,
Ultimo aggiornamento: 24 aprile 2018


Una nota inedita dell'autrice de «I castelli dei Gonzaga» sulle vicende legate alla costruzione di Villa Ghirardina a Motteggiana. È una sintesi del saggio pubblicato su «Civiltà Mantovana» che ben volentieri pubblichiamo.

Tutto è cominciato da uno scambio di idee col dott. Carra: discutevamo animatamente sull' antico assetto del territorio di Borgoforte al di là del ponte sul Po, difeso da un capo dal Castello e dalla parte opposta dalla Rocchetta. Anzi nei documenti e nelle mappe d' archivio la fascia costiera oltre il fiume era sempre menzionata come «Saviola di sopra» per distinguerla dalla zona sottostante fino alla grande ansa del Po ed allo sbocco dello Zara, chiamata «Saviola di sotto». Quella vecchia denominazione rimandava chiaramente al palazzo di Saviola appunto, che Luca Fancelli aveva costruito per il marchese Ludovico Gonzaga, giacchè restava, nell' epistolario tra i due, la relazione giorno per giorno del procedere della fabbrica dal 1470 al 1477, con una dovizia di particolari sugli interventi costruttivi che faceva supporre trattarsi d'un'opera assai importante e poderosa. Ludovico, si sa, aveva la passione di questi castelli-palazzi-corti rurali-ville, insomma edifici polivalenti attraverso i quali controllava le risorse rurali del territorio da lui governato e nello stesso tempo vigilava sulla sicurezza della navigazione sui fiumi; essi costituivano anche piacevoli soste per cacciare, ascoltar musica, soggiornare con tutta la corte o fermarsi un pò , al fresco d' un loggiato per seguire l' opera dei muratori o dei braccianti. Il Fancelli s' era guadagnato la fiducia del marchese proprio dedicandosi a questo tipo di edifici a Cavriana, a Gonzaga, a Poggio Rusco, soprattutto a Rèvere, con quel suo stile inconfondibilmente toscano, tutto armonia di pieni e vuoti e di colori rosati del mattone alternati al grigio ed al bianco della pietra. Ma dov'era finito il palazzo di Saviola? Ingoiato dalla piena del Po , affermavano gli storici, e perciò se ne era persa la memoria. Nel contempo c'era lì, ben salda a guardia del fiume la «Ghirardina» di Motteggiana, un edificio di schietta marca fancelliana sì, ma senza la certezza della sua paternità nè un documento che ne attestasse l'origine. Nemmeno la bella pergamena del 1533, che rappresentava la zona compresa tra l'arco del Po e la confluenza del Secchia, segnalava l' esistenza d 'una fabbrica così imponente; insomma una serie di lacune abbastanza strane o per lo meno una documentazione topografica frammentaria. Passando però l' elencazione dei beni piuttosto numerosi dei Gonzaga, trovai che nel 1475 «da casa di Saviola» veniva donata ad un certo Giovan Marco Grassi, la cui famiglia aveva come stemma lo scacchiere bianco e nero sormontato dall' aquila che era dipinto tra i merli del cortile pensile della «Ghirardina», anche se tale insegna aveva portato fuori pista, a certi Compagnoni Giorgi mai sentiti, i miei predecessori nella ricerca. Finalmente trovai negli elenchi notarili la registrazione della vendita da parte del Grassi al conte Fregosino di Campofregoso della possessione di Saviola, e da lui ai duchi di Guastalla, per cui fu facile ricostruire i passaggi di proprietà sino ai conti Ghirardini, che avevano ribattezzato col loro nome l' antica corte di Saviola. Con questa certezza, ripresi la cronistoria della costruzione del palazzo e degli edifici rurali che l'attorniano - stalle, brolo, osteria, barchesse - attraverso le lettere intercorse tra il committente, il marchese Ludovico, ed il suo architetto Fancelli, il primo smanioso di apprendere come «discipulo» i segreti dell'arte architettonica di cui l' altro si mostra «maestro» per la sua sicurezza nell' affrontare e risolvere ogni problema insorto durante i lavori al cantiere di Saviola. In mezzo a loro sta l'arruffata corrispondenza giornaliera del soprastante ai lavori, Giacomino de' Pizoli, incalzato dalla smania del marchese (già alla fine dell' agosto 1473) di «desenare in la casa nova, dove gli pare un bon stare, com' I vero, che gli par molto frescha», mentre i muratori si lamentano dell' eccessivo lavoro e le piene del Po portano via i mattoni pronti per alzare le «pontade» alla fabbrica. Al tempo della donazione al Grassi il palazzo di Saviola, ovvero la «Ghirardina» era ormai terminata, anche se la corrispondenza registra qualche intervento ancora negli anni 1476 e 1477, finchè nel 1478 la morte del marchese Ludovico porrà fine alla documentazione. Nel 1582 l'edificio fancelliano subì una ristrutturazione ad opera dell' architetto Bernardino Facciotto nel periodo in cui la proprietà tornò nelle mani dei Gonzaga di Mantova nella persona del duca Guglielmo il quale aveva permutato i palazzi di Sailetto e di San Martino Gusnago con i cugini del ramo di Guastalla, pur di riavere la corte di Saviola, ovvero la «Ghirardina», o meglio quella che viene chiamata nei documenti di quest'epoca da corte della Montechiana». Per chi volesse approfondire la questione e desiderasse seguire con il supporto dei documenti la storia dell 'evoluzione architettonica della «Ghirardina», spero trovi nel mio lavoro pubblicato su «Civiltà Mantovana» tutto ciò che può incuriosire ed appassionare chi ama la nostra città con spirito di ricerca. A me è parso di rendere un seryizio utile alla comunità aggiungere ai valori già conosciuti questo nuovo gioiello di Luca Fancelli, nato dal mecenatismo di quel grande principe che fu Ludovico Gonzaga, poichè forse solamente seguendo le fasi evolutive della nascita della «Ghirardina», ci si rende conto dei problemi costruttivi affrontati con quel senso di semplicità, equilibrio e bellezza che è una delle caratteristiche più profonde del Quattrocento e della sua civiltà.

di MARIA ROSA GOBIO CASALI VALPARINI



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