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Scoperta ad ad Acquanegra

La Cervetta,
Ultimo aggiornamento: 21 novembre 2017


Libraio-editore in Mantova, Gianluigi Arcari, operatore culturale nativo di Acquanegra, ha incontrato Ilaria Toesca ex Soprintendente per i beni artistici e storici di Mantova; oggetto del lungo colloquio, «un vasto ciclo pittorico di grandissima altezza qualitativa» scoperto nella parrocchiale di Acquanegra.

Si tratta di un ritrovamento importantissimo, del periodo a cavallo tra l' undicesimo e il dodicesimo secolo, forse addirittura antecedente: sicuramente una pietra miliare nello studio della storia della pittura a livello europeo. Richiesto, per la mia qualità di indigeno, di stendere un articolo sugli affreschi romanici venuti alla luce in questi ultimi anni nella parrocchiale di Acquanegra, chiesa dell' abbazia benedettina di San Tommaso, ho accettato alla condizione di svolgere il tema sotto la forma di un' intervista a llaria Toesca, curatrice della rinascita delle pitture in questione. Avevo anch' io una storia, relativa alla faticosa incubazione dell' evento, ma di interesse quasi esclusivamente acquanegrese, anche se illuminante su come l' incompetenza presuntuosa e le beghe paesane avrebbero potuto compromettere l' esito dell' evento stesso: preferivo tralasciarla per passare al momento in cui il recupero degli affreschi ha incominciato ad avere un decorso normale, quello in cui del problema s'è caricata la Sopraintendenza e, in modo particolare, la citata Toesca. La parrocchiale di Acquanegra, imponente costruzione a croce latina, a tre navate sostenute da colonne, pure ripetutamente rimaneggiata fino al Novecento inoltrato, non ha mai celato completamente la sua genuina natura a un osservatore attento: la tipica tessitura dei mattoni e la decorazione ad archetti pensili visibili nei muri esterni delle navi laterali, larghi resti di un pavimento musivo, scoperto e semidistrutto alla fine del secolo scorso, l' ingresso della cripta nel transetto, zone affrescate al di sopra dell' attuale soffitto, risparmiate dalla nuova intonacatura che ha coperto totalmente l' interno della chiesa, denunciavano la sua appartenenza alla cultura romanica. Per quanto riguarda la letteratura sull'argomento, si registrano una menzione della cripta in una cronaca manoscritta settecentesca, un inserimento preciso del monumento nella storia del paese da parte del parroco Giambattista Casnighi nel 1860, tentativi di datazione e di interpretazione dei singoli elementi, dei mosaici soprattutto, in relazioni di soprintendenti, in fondamentali repertori dell' arte medievale italiana, in compi1azioni di storici dell' arte mantovana: Giovanni Paccagnini pubblica per la prima volta le fotografie di alcune delle pitture del sottotetto nel 1960, domandandosi se non valga la pena di indagare sotto lo scialbo delle pareti interne della chiesa. Ricordo che qualche anno prima il parroco Giosuè Ferrari profetizzava agli alunni delle elementari in visita che un suo ardito successore avrebbe osato scrostare la navata centrale e vi avrebbe trovato i corpi dei santi che sollevavano la testa dalle volte a crociera. L 'ardito invocato s'incarnò nell' immediato successore Sante Bigi che, grattando nel 1965, mi pare, la semicolonna e la prima colonna, il sottarco tra esse compreso, una porzione della navata centrale a esse sovrapposta e la fetta di controfacciata sulla destra della chiesa, sorprese della vegetazione attorcigliantesi, un angelo suonatore e una marea umana spintonantesi per uscire finalmente all' aperto. La soprintendente Toesca nel 1975, l'anno successivo a quello del suo arrivo a Mantova, invitata ad Acquanegra per esprimere il suo parere su un progetto di valorizzazione dei mosaici a mezzo di cristalli e luci al neon, raccolse il grido di dolore proveniente dalla folla accalcata nello squarcio maggiore, dai singoli occhieggianti dai pertugi disseminati nel frattempo nella navata, dagli stremati naufraghi del sottotetto, con l' intelligenza richiesta dal suo ruolo e con quel di più di passione che come più recente e minimo risultato ha ottenuto quello di vanificare il mio tentativo di intervista. Rievocando infatti con lucidissimo entusiasmo le campagne fotografiche, i consulti con i restauratori, le trattative con la Sopraintendenza ai Monumenti, le ricerche negli archivi e nelle biblioteche, le visite degli amici studiosi estasiati, la Toesca mi ha consumato due bande di nastro magnetico, ha parlato per un 'altra ora commentando le immagini degli affreschi e mostrandomi le pubblicazioni in cui va rintracciando i confronti, per la verità scarsi. Rovesciata la mia scaletta da una valanga di preziosissime informazioni, per non correre il rischio di fare l' orecchiante nell' inquadramento critico dei reperti, mi vedo costretto a utilizzare il frammento di un testo pubblicato tre anni fa dalla stessa studiosa; a riassumere quindi alcune notizie tecniche o comunque più recenti tra quelle contenute nell' articolatissima registrazione. Nel 1981 Ilaria Toesca così presenta i primi risultati del restauro di Acquanegra: «(. . .) I lavori ora iniziati vanno rivelando un vasto ciclo pittorico di grandissima altezza qualitativa: opera di varie mani, eccellenti, che seguono un unico, grandioso programma per la decorazione dell' intera chiesa. È ancora troppo presto per darne un' idea completa ed una datazione approssimativamente certa. Tuttavia è il caso di dar notizia di un ritrovamento della più grande importanza, non solo e non tanto per l' epoca, quanto per la stupenda qualità dell' opera d' arte. Sulle pareti della navata centrale avanzano in teoria, schierate in due registri sovrapposti, grandi figure di profeti, delicatissime di colorito, su un fondo uniforme bianco, quasi trasparente e luminoso; sulle arcate sottostanti si svolge, con colori più decisamente contrastanti, quella che sembra essere una narrazione continua - non ancora interpretata, come non ancora decifrate sono le lunghe iscrizioni che corrono lungo tutte le pitture. Sulla parete di controfacciata si stende un grandioso Giudizio Universale. Fin d'ora si può, senza troppo presumere, affermare che si tratta di un complesso di primissimo piano, e non solo per il Mantovano e per la Lombardia, che segnerà una pietra miliare nello studio della storia della pittura medievale europea» (AA. VV ., La Lombardia di Virgilio, Milano, edizione fuori commercio a cura della Regione Lombardia, 1981, pp. 72-73). Ai risultati esposti la soprintendente era giunta per i gradi stabiliti dalla cautela scientifica e dalle limitazioni burocratiche e finanziarie. Nella primavera del 1976 venne convocato Riccardo Ventura, restauratore di materiali lapidei presso la Sopraintendenza alle Antichità di Roma, il quale assicurò che i mosaici avrebbero potuto conservarsi ancora a lungo nelle condizioni in cui si trovavano; Mario Quaresima, del Gabinetto Fotografico Nazionale, fu reclutato per rilevare ogni brano di affresco visibile. Nel 1977 venne interpellata la ditta Scalvini e Casella, di Brescia, che suggerì e fu quindi incaricata di eseguire, dopo lo sgombero delle macerie e della sporcizia accumulatesi per secoli sopra le volte, un restauro delle pitture del sottotetto, tale da non pregiudicare un eventuale stacco, qualora il restante corpo della chiesa non avesse reso i frutti sperati. Mentre era insistentemente richiesto alla Sopraintendeza ai Monumenti di Brescia il rifacimento del tetto pericolante (realizzato nel 1983, con una spesa di 80 milioni), si riprendeva l' esplorazione dal lato ancora coperto della controfacciata, si doppiava l'angolo e si iniziava la traversata della parete sinistra della navata centrale. Tra i mugugni dei restauratori, elevanti e smontanti ponteggi, i lavori procedevano a lotti annuali ridotti appositamente entro la modesta somma che evitava possibili intoppi burocratici. La sequenza sempre pio lunga di figure dipinte rapiva la sensibilità estetica della Toesca, alla stessa infondeva il coraggio di pretendere finanziamenti più consistenti dal Ministero e le faceva vagheggiare 1 'ambizioso progetto di un restauro globale dell'edificio, passante necessariamente attraverso il coinvolgimento delle parallele Sopraintendenze ai Monumenti e alle Antichità, cui spetta la verifica della possibilità di rimuovere le volte, di riportare il pavimento al livello di quello musivo, di scavare la cripta, al fine di ripristinare le proporzioni spaziali della chiesa e di ricongiungerne la decorazione superstite. Dunque in cinque lotti annuali, dal 1977 al 1981, erano stati consolidati gli affreschi del sottotetto (nave centrale e transetto), scoperti totalmente, puliti e fissati, senza alcuna integrazione, quelli della contro facciata e della parete sinistra della navata centrale; in quattro lotti, negli ultimi tre anni, è stata sottoposta al medesimo trattamento, la parete destra della stessa navata, dove purtroppo si sono riscontrate ampie lacune nella superficie dipinta. La ricognizione è giunta all' arcone trionfale: restano da aggredire tutte le altre parti della chiesa, almeno per verificare delle assenze, naturalmente col rispetto dovuto a pregevoli interventi successivi (stucchi settecenteschi, per esempio, o l'organo che però pare avere già traslocato in passato). I lavori compiuti hanno permesso di constatare che lo schema decorativo della parete sinistra della nave centrale si specchia in quello della destra, come era ovvio, e che il registro immediatamente sopra le arcate dipana due storie continue, come meno ovviamente era stato supposto nel 1981, e che queste, tratte rispettivamente da una leggenda agiografica medievale e dall' Antico Testamento, hanno per soggetto due riabilitazioni di animali ingiustamente accusati dagli uomini e come messaggio, forse, un invito alla prudenza nel giudicare gli inferiori per definizione; che l' arcone trionfale è originale; che, in almeno due punti, lo strato dell' intonaco corrispondente al ciclo ora scoperto si sovrappone a un altro fingente mattoni a vista. La circostanza aggiunge difficoltà al già impervio problema della datazione degli affreschi, che la Toesca è tentata di fissare, per ragioni stilistiche, tra la fine dell' undicesimo secolo e il primo quarto del dodicesimo, appena dopo la costruzione della chiesa, collocabile, per le caratteristiche della muratura, sicuramente entro il Mille. Alla datazione, come a tante altre questioni, non soccorre 1' archivio dell' abbazia, cercato inutilmente da me, a suo tempo, per fondarvi la mia tesi di laurea, deviata poi su Canneto, da Chiara Lanza per la sua, condotta a termine nell ' anno accademico 1978-79, e da Ilaria Toesca, di cui mi piace trascrivere letteralmente il rammarico: «Tanto cervello mi son stillata per trovare qualche documentazione storica su quello che doveva essere evidentemente un monastero molto fiorente ed estremamente colto, no? Per fare di quelle cose così: un pavimento di quel genere, l' architettura così, bella, tutta di getto, e poi degli affreschi di quel genere, che sono di primissimo, primissimissimo ordine. E, all'anima, un monastero che dentro ci avrà avuto i codici miniati, che ci avrà avuto le pecore per levargli la pelle per farci i codici, non lo so, e fare l' arrosto con la carne, ma insomma, dico, certamente era un monastero importante, no? o perlomeno un monastero importante come cultura, se non altro! E invece io non sono riuscita a trovare niente, oltre quello che, pochissimo, è già noto: quel quasi niente che è già tutto pubblicato (...»>. Eppure l'indagine della soprintendente non è stata miope: Ordine Benedettino, Mantova, Milano, Brescia, British Museum e Biblioteca Vaticana (per i codici), Archivio Segreto Vaticano (dove in effetti ha reperito lettere di Onorio III e altri documenti del Duecento riguardanti gli eretici acquanegresi e un abate conducente vita sregolata). In questo settore tuttavia la studiosa non ha esposto le speranze e conta di scovare qualcosa, dovesse recarsi in Australia o ricorrere al pendolino o all' evocazione di uno degli abati di cui conosce il nome. In questo caso auspico che non incappi mai in quello che le sveli di essere stato bruciato su una catasta di pergamena e di carta. Chiudo con una promessa della Toesca: «Continuerò a seguire i lavori, anche essendo passata a Roma come ispettore centrale presso il Ministero dei Beni Culturali, cosa, del resto, di cui sono stata molto gentilmente pregata dallo stesso dottor Paolucci che mi è succeduto nell' incarico di soprintendente. Avendo a disposizione le biblioteche specializzate assolutamente necessarie per poter trattare un argomento così complesso e rilevante, spero di compiere al pio presto quel saggio preliminare sugli affreschi che ormai non può pio essere rimandato». Auguri, dottoressa! Sono impaziente di trasferire la mia bottega nella terra natia e tendere insidie ai turisti sbarcati dai torpedoni.

di GIANLUIGI ARCARI



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