vai ai contenuti

Provincia di Mantova - Portale sul Turismo a Mantova

Home | Rubriche | Crea il tuo viaggio | Cosa Fare | Vivere Mantova Dimensione Carattere: A | A | A
Home   >   Articoli

Ricerca

Data
Date
Date

Elementi correlati

La Cacciata dei Bonacolsi

Risorsa turistica: Menzogne e sortilegi della Bellonci: ‘Tu vipera gentile’
Fantasia, minuziosa conoscenza storica, penetrazione ... >>>

Seguici su ...

Visit Mantova

Comunica con noi


Call center tel. +39 0376 432 432


info@turismo.mantova.it



HTML 4.01 Strict Valido!   CSS Valido!   Logo attestante il superamento, ai sensi della Legge n. 4-2004, della verifica tecnica di accessibilita'.

Raffaello dei Gonzaga

La Cervetta,
Ultimo aggiornamento: 17 luglio 2019


A cinquecento anni dalla nascita, il maestro d'Urbino propone nella città dei Gonzaga una testimonianza maestosa e solenne della sua somma arte. Una pagina di storia ripercorsa da Giuseppe Amadei, giornalista e scrittore.

Il giorno Il aprile 1520 Angelo Germanello informò Federico II Gonzaga che Raffaello era morto: « . . .la nocte del venerdi santo venendo il sabato morette Rafael da Urbino, excellentissimo pictore, et veramente è stata una gran jactura per esser homo raro in lo suo exercitio». In una comunicazione al signore di Ferrara I' ambasciatore estense Paolucci precisò che I 'artista era morto il 6 aprile, tre ore dopo l' Ave Maria, «di una febre continua et acuta che già octo giorno I'assaltò». La luttuosa notizia rattristò profondamente la corte di Mantova, non solo per la considerazione di cui già godeva ovunque I 'Urbinate, ma anche, o soprattutto, per i rapporti diretti e indiretti che egli aveva avuto con componenti di casa Gonzaga. Lo stesso Federico era stato ritratto due volte da Raffaello. La prima nel 1511, quando, adolescente, più che come ostaggio politico viveva come coccolato ospite alla corte pontificia. Papa Giulio II aveva voluto che l 'effigie del principe giovanetto apparisse in un affresco delle stanze vaticane e il Sanzio l'aveva inclusa tra quelle della «Scuola d ' Atene» nella stanza detta «della Segnatura». Il secondo ritratto raffaellesco del futuro duca di Mantova e del Monferrato era stato dipinto un anno dopo e stavolta per sollecitazione della madre di lui, Isabella d'Este Gonzaga. L 'opera, portata avanti da Raffaello e poi sospesa forse per la sopraggiunta morte del papa, fu terminata da un allievo e poi entrò in possesso, non si sa come, di un servitore del card. Colonna. Divenne proprietà del marchese di Mantova solo nel 1521: il quadro fu tra quelli che dopo le nozze di Federico con Margherita Paleologa ornarono una stanza della duchessa nella palazzina per lei costruita da Giulio Romano accanto al castello di San Giorgio. Figurò quindi nell' inventario della Galleria gonzaghesca del 1627 con l'indicazione: «Un quadro dipinto l' aritratto del duca Federico giovaneto armato con cornici fregiate d'oro», ma successivamente del ritratto si persero le tracce ed oggi è considerato perduto. Nelle schede riguardanti le opere superstiti di Raffaello i richiami ai Gonzaga s'incontrano più d'una volta. È la conferma, appunto, di rapporti non occasionali, propiziati per altro dalla circostanza che uno dei più cari e stimati amici di Raffaello era il mantovano Baldassar Castiglione, autorevolissimo e prezioso ambasciatore gonzaghesco, e che il signore d'Urbino, Guidobaldo di Montefeltro, al quale Raffaello si sentiva ovviamente legato particolarmente, era marito di Elisabetta Gonzaga affezionata zia di Federico. È noto che il ritratto del Castiglione (museo del Louvre) è ancora oggi una delle opere più ammirate dell'artista di Urbino. Dipinto prima de11516, fu portato a Mantova dallo stesso Castiglione e restò presso i Gonzaga fino al 1609. Passò poi ad un mercante olandese (e il Rembrandt ne trasse una copia all'acquarello), quindi a Madrid (dove lo riprodusse il Rubens), poi al cardinale Mazzarino e infine al re di Francia. Fonti espistolari hanno fatto ritenere che i ritratti del Castiglione dovuti a Raffaello siano stati due, quello menzionato e un altro realizzato nel 1519. Piccole varianti riscontrate in qualcuna delle varie copie confermerebbero la presenza di due originali. Può essere vero o no; è certo che attualmente una delle migliori copie di scuola (recentemente s'è affacciato, sia pure con cautela, addirittura il nome di Giulio Romano) è conservato nel museo mantovano di Palazzo d' Arco. Ma c'è da dire che nonostante la loro cordialità e il prestigio delle persone attraverso le quali per lo più si sviluppavano, i rapporti con l'artista, famoso e celebrato, non diedero quei frutti che i Gonzaga certamente speravano. Raffaello a Mantova non venne mai. Isabella sperò vanamente di avere un suo quadretto per lo «studiolo». Quando il pittore morì pro babilmente le uniche opere raffaellesche esistenti a Mantova erano il ritratto del Castiglione e un disegno per un monumento funebre che era stato chiesto alI 'Urbinate tanto da Federico quanto dalla madre. Si trattava certamente del progetto di un mausoleo per la salma di Francesco Il, progetto che non si realizzò mai. Nel 1524 il marchese chiese a Clemente VII, tramite l' Aretino, il dipinto raffaellesco raffigurante Leone X tra i cardinali Giulio de' Medici e Luigi de' Rossi. Il papa promise che sarebbe stato inviato non appena Andrea del Sarto ne avesse fatta una copia, ma poi tutto finì nel nulla, salvo il probabile arrivo nel palazzo gonzaghesco appunto della copia di Andrea del Sarto. Quel ritratto di Leone X, assieme ad un altro Raffaello denominato allora «quadro della Cuna», comparve successivamente in un gruppo di opere offerte in pegno - per un prestito di ventimila scudi - a Vincenzo I Gonzaga dalla contessa di Sala, Barbara Sanseverino Sanvitale. Ma anche quella operazione non andò a buon fine, chissà con quanto rimpianto da parte del prodigo duca¬ collezionista, in quel momento presumibilmente a corto di denaro. Nè ebbe esito migliore il tentativo di Vincenzo di acquistare la «Madonna di San Luca», oggi soltanto attribuita al Sanzio ma allora presentata come «la più bella cosa che sia in Roma». Vincenzo comunque riuscì a raccogliere varie opere del maestro d'Urbino che aggiunse agli altri insigni gioielli della sua mirabile collezione. Si sa che, per motivi chiaramente politici, nel 1604 regalò almeno due Raffaello - tra cui un «San Giovannino» che gli era particolarmente caro ¬all'imperatore Rodolfo Il. E si rileva da una lista del 1627, compilata all' atto della sciagurata vendita della collezione a Carlo I d'Inghilterra, che la raccolta medesima comprendeva ancora una «Madona di Rafael granda» e una «Madona picola di Rafael». La Madonna grande è sicuramente la «Madonna Canossa», quella che la nobile famiglia veronese aveva avuto direttamente dal pittore e che poi Galeazzo Canossa aveva dato «in libero dono» a Vincenzo Gonzaga assieme all' intero «studio » del padre (studio, inteso come insieme di antichità, pitture e marmi), ricevendone in cambio, anche come segno di gratitudine, il feudo monferrino di Cagliano con titolo di marchesato. Quel quadro, oggi al museo del Prado (a Mantova è rimasta una copia nella Galleria del «Ducale» ) , è conosciuto come «La perla» perchè così la definì - «perla della mia collezione» - Filippo IV di Spagna ricevendolo in regalo dal suo collega britannico; la «perla» però ha ormai riflessi diversi da quelli che le si attribuivano in origine, dal momento che non c'è quasi più un critico che la giudichi di mano del Sanzio, pur riconoscendola sicuramente come prodotto della sua bottega. E si fa il nome del solito Giulio Romano. Dopo la trasmigrazione a Londra della Galleria di Vincenzo e dopo il saccheggio del 1630 quella che era stata una delle più fastose dimore principesche d'Europa rimase spoglia di gran parte delle sue più preziose opere d'arte. Nella seconda metà del secolo il disinvolto duca Carlo II Gonzaga-Nevers, senza preoccuparsi troppo dei problemi economici volle tentare di rifare anche la pinacoteca, ma non risulta che la raccolta, per quanto rilevante, abbia riportato a Mantova qualche opera di Raffaello, che del resto sarebbe andata dispersa come tutte le altre alla caduta del ducato. Secondo il d' Arco nel 1797 arrivò nella città del Mincio un Raffaello di piccole dimensioni, già appartenuto ai Gonzaga di Novellara, rappresentante «un puttino dormiente e un altro puttino in atto di ridere e di accennare a quello che dormiva». I commissari francesi, ignorandone la paternità, e magari valutandola solo secondo le modeste dimensioni, fecero dono dell'opera a un giudice della Mirandola il quale a sua volta la vendette per 800 zecchini al conte Giuseppe Bianchi di Mantova, quello che fece costruire in piazza Sordello l'attuale Palazzo Vescovile. In seguito del dipinto si persero le tracce. Va rilevato a questo proposito che nell'inventario de11627, già citato, un «quadretto» con «N.S. che dorme e S. Giovanni» figurava come «copia di Rafael d'Urbino». A Mantova, tuttavia, restò ugualmente, e fortunatamente resta tuttora, una maestosa testimonianza della somma arte di Raffaello Sanzio. Essa è costituita dai grandiosi arazzi del Palazzo Ducale, raffiguranti episodi degli Atti degli Apostoli, e universalmente riconosciuti come le più belle, le più fedeli e le meglio conservate repliche che gli opifici fiamminghi abbiano tratto dai cartoni dipinti da Raffaello per 1 'originaria serie di arazzi vaticani. Quei cartoni erano dieci: San Pietro risana lo sciancato, San Paolo risana lo storpio di Listri, La morte di Anania, Saulo sulla via di Damasco, San Paolo predica nell' Areopago , Cristo affida a Pietro le pecorelle, La pesca miracolosa, La conversione del proconsole Sergio Paolo, La lapidazione di Santo Stefano, San Paolo in carcere. Oggi ne rimangono sette (mancano il S. Paolo in carcere, La lapidazione di Santo Stefano e la conversione di Saulo) ed ornano il salone d'onore del Victoria and Albert Museum a Londra. Su commissione di Leone X Raffaello li dipinse fra il 1515 e il 1516 ed anche attraverso quest'opera ebbe modo di far rifulgere tutto il suo genio, interpretando con squisita sensibilità, nel disegno, nelle tonalità dei colori e nel chiaroscuro, il rapporto che si sarebbe instaurato tra cartoni e tessiture. I primi sette arazzi vaticani furono presentati nella Cappella Sistina il giorno di Santo Stefano del 1519; gli altri giunsero alla corte papale poco prima del 1524, anno della morte di Leone X. I cartoni rimasero per qualche tempo nelle mani dell'arazziere Pieter van Alst di Bruxelles che ebbe facoltà di servirsene per altre repliche prestandoli anche, secondo l'uso, ad altri opifici fiamminghi. Le repliche mantovane furono tessute in quattro botteghe prima del 1548. Committente il cardinale Ercole Gonzaga, gli arazzi giunsero a Mantova nel 1559 e alla morte del porporato, avvenuta nel 1563, furono lasciati in eredità al duca Guglielmo che a sua volta li donò alla basilica palatina di Santa Barbara dove rimasero fino al 1776. In quell' anno l' amministrazione austriaca li scambiò con arredi in damasco e ne ordinò la collocazione nel palazzo gonzaghesco, dove si provvide, sotto la direzione di Paolo Pozzo, a trasformare un appartamento per accoglierli degnamente. I tessuti furono accuratamente restaurati ad opera della ricamatrice mantovana Antonia Carrè Lorenzini e la loro sistemazione definitiva (così come la si vede oggi e giustamente la si elogia) avvenne nel penultimo decennio del secolo XVIII. L' Il maggio 1866, qualche mese prima della liberazione di Mantova dalla dominazione austriaca, l 'imperial regio delegato ordinò la rimozione degli arazzi «onde trasportarli a Vienna per essere esposti nel museo». Partirono infatti il 30 maggio, collocati in sette casse, e a Vienna restarono fino al 1919, quando la loro restituzione, come quella di altre opere d'arte, fu compresa tra le clausole dell' armistizio che concluse il conflitto italo-austriaco nel quadro della prima guerra mondiale. La serie mantovana, così come altre repliche, si compone di nove arazzi, sui dieci previsti da Raffaello. Manca il «San Paolo in carcere». È unanimemente riconosciuta come la più bella tra quelle esistenti ed anche in un certo senso come la più «raffaellesca» di tutte, dato che la mancata introduzione di fili dorati nella tessitura rende i colori realizzati con lana e seta più fedeli a quelli voluti dall 'artista che dipinse le composizioni. Gli arazzi mantovani differiscono dagli originali nei bordi, dove sono state inserite le insegne cardinalizie del committente Ercole Gonzaga.

GIUSEPPE AMADEI



Giudizio
Non è stata raggiunta la quantità minima di voti
Vuoi essere il primo a votare questo articolo? Effettua il login oppure registrati per poter esprimere il tuo giudizio. Di la tua!

Ricerca Alloggi

 
 
Itinerari
Curtatone, loc. Grazie - Santuario

Dal Bosco della Fontana al Santuario delle Grazie
Nelle immediate vicinanze di Mantova il Mincio, che tanto profondamente ...

Area protetta

Le aree protette
I profili dolcissimi di colline piene di storia, pianure dipinte con un ...

Crea il tuo viaggio

Image01

Crea il tuo viaggio

Home | Ricerca | Cookie Policy | Contatti | Come Arrivare | Numeri utili | Accessibilità | MANTOVA, ... da amare, da scoprire!