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Fasti Giochi d' Arme e Giostranti al Brillante Carnevale di Federico

La Cervetta,
Ultimo aggiornamento: 18 ottobre 2017


Con la consueta ironia che trasuda da ogni suo scritto, Rita Castagna ha ricostruito la generosa festa carnevalesca del 19 febbraio 1520 organizzata da Federico Gonzaga: sfarzo di principi e gioia di popolo.


 


Era trascorso soltanto un anno dalla morte di Francesco II ed il suo successore, Federico, cominciava ad essere infastidito dal lutto ormai formale che gravava pesante sulla corte e sulla città. Lacrime, visi lunghi ed il nero funereo degli abiti e degli «apparamenti» mal si adattavano al temperamento allegro e vivace del giovanissimo marchese. Occorreva un pretesto per mettere fine a quel mortorio e rallegrare cortigiani e popolo con una fastosa e spettacolare manifestazione. Si era in periodo di Carnevale e questa festa pagana fornì a Federico il pretesto per «recreare la mesta sua città» dando a nobili e sudditi spettacoli di «allegreza». I segretari marchionali si misero all'opera ed inviarono in tutte le città della Lombardia cartelli che invitavano ogni gentiluomo a correre «sette carrere per amor di dama» contro l'Illustrissimo Marchese di Mantova e cinque nobilissimi cavalieri della sua corte. Il vincitore, oltre alla «benevolentia et gratia de la dama sua» avrebbe ricevuto in premio del prezioso broccato d'oro del valore di 100 ducati. Il palcoscenico su cui i Gonzaga allestirono gli spettacoli più prestigio si della loro signoria, PiazzaS. Pietro, venne scelto come terreno per lo scontro cavalleresco. Eserciti di operai ne recintarono l'arioso alveo con transenne di tela, erigendo numerose tribune per il folto pubblico degli invitati. Appositi praticabili sui tetti delle case circostanti avrebbero permesso ai giubilanti sudditi di Federico di ammirare le imprese del loro giovane e prestante signore.


L 'illustrissimo duca di Urbino, Giovanni Gonzaga e Federico da Bozzolo furono eletti giudici di gara e l'arbitraggio affidato ad Angelo del Bufalo, Julio Gonzaga, Ludovico da Fermo e al gentiluomo per antonomasia, il conte Baldassarre Castiglione. Il 19 febbraio 1520, giorno fissato per il primo scontro, la piazza si riempì di popolo mentre le persone d'alto lignaggio presero posto sulle tribune fra lo sventolio dei vessilli con le armi e le insegne dei giostranti. Un suono acuto di trombe segnò l'ingresso in steccato degli sfidanti rivestiti di taffetà turchino cupo. Sui corti saglioni e sulle sopravvesti spiccavano fantasiosi ricami raffiguranti imprese di famiglia e misteriosi simboli riferiti alle dame per cui si battevano. Bellissimo a vedersi, Federico Gonzaga ostentava una ricca sopravveste cosparsa di stelle d'oro e si faceva reggere le staffe da due giganteschi armigeri in abiti di broccato e velluto e grande berretta piumata. Lo sfarzo cinematografico delle fogge e dei colori riceveva entusiastici consensi dai convenuti che si spellarono le mani all'ingresso di due straordinari cavalieri. Vincenzo Guerrero si pavoneggiava in una veste di velluto morello e nero ricamata a nuvole dalle quali uscivano raggi di sole di tela d'oro. In testa un cimiero a forma di Etna che rendeva terrificante il suo aspetto. Francesco Campeggi, in sopravveste di raso morello e verde cosparsa di luccicanti labirinti di tela d'oro, piegava con grazia l'orgogliosa testa sotto un copricapo raffigurante Mercurio. Finita la sfilata dei valorosi partecipanti alla lizza, si corsero le prime «carrere» e Federico ebbe modo di mostrare ancora una volta la sua straordinaria abilità nel maneggiare la lancia.


Finita la prima giornata di gara, tutta la gente fu invitata in corte ad assistere alla rappresentanza di una commedia di Plauto, «l' Aulularia», seguita da una cena e da un ballo «a son de piffari». Il giorno successivo fu riservato al riposo ed alla preparazione delle altre carrere i cui risultati avrebbero permesso ai giudici di assegnare il rilucente palio. Alla ripresa dei giochi d'arme, Pirro Gonzaga riportò uno strepitoso successo esibendo una ricca sopravveste di raso berettino e verde ricamata ad àcciarini e pietre focaie che, sfregandosi, gettavano acqua invece di fuoco. Fu proprio lui ad ottenere il punteggio più alto alla fine della seconda giornata di gara. Come di consueto, gli spettatori si trasferirono in corte dove si recitò la «Calandria» scritta dal cardinale Bibbiena, «la qual dette grandissimo spasso et piacere alli auditori».


L 'ultimo scontro di questo interminabile carosello di cavalieri avvenne il penultimo giorno di febbraio, al finire del brillante carnevale. Soltanto tre erano riusciti a totalizzare sei «botte» e tra di essi fu diviso il ricco broccato d'oro che toccò a Francesco Corno, Pirro Gonzaga e Vincenzo Maldotti, cremonese, che giocava fuori casa. Salutati gli ultimi ospiti, i quali ritornarono frettolosamente nei loro lontani castelli, il ventenne Federico, rinvigorito da tanti esercizi marziali, Qalzò in sella al suo fremente Turchetto e iniziò la lunga, severa Quaresima con una vivace e movimentata partita di caccia.


RITA CASTAGNA



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